sabato 28 gennaio 2012

Occasioni di vacanza all'isola d'Elba

In arrivo la primavera, speriamo! Un'occasione per conoscere la natura e il paesaggio dell'isola d'Elba. Tante possibilità: escursioni trekking e passeggiate nei piccoli borghi, il profumo del mare e le fioriture della vegetazione mediterranea. Da non perdere i sapori della cucina locale, la fragranza e il gusto dei suoi vini. Tante occasioni di vacanza in appartamenti e case per vacanza.

venerdì 28 gennaio 2011

L'oriente elbano

L'oriente dell'isola d'Elba. Quei paesi, ad oriente, sprofondati nei colori forti della terra, segnati dalla frenetica e millenaria attività industriale: dai primi cercatori di metalli ai moderni collezionisti di pezzi rari; quei paesi ora sono lì immobili e pensierosi a chiedersi come sarà il loro futuro. Troppe occasioni sprecate, sapienze antiche e saggezza popolare sono state sopraffatte da quel tarlo che ha perforato menti e coscienze, dell’espansione, dello sviluppo, del denaro.
Quei paesi ora sono sconfitti, aspettano altre occasioni, ma ormai hanno assistito al triste spettacolo della dimenticanza. Una grande tradizione di solidarietà, di sostegno reciproco e di fratellanza, dalle società di mutuo soccorso di tradizione cattolica alle organizzazioni sindacali di matrice socialista. Ma sono passate anche queste, con il loro ricordo. Sono dimenticati anche i consigli e gli insegnamenti dei vecchi minatori, degli anziani e rugosi pescatori, degli abbronzati capitani di tutti i mari.
Ho avuto la fortuna di viverlo e di assaporarlo, giusto in tempo prima che scomparisse, quell’antico mondo di lavoro, di amicizia e di amore. Ho sentito il respiro del mare la sera, delle barche al mattino che solcavano le acque, della piazzette che parlavano con la voce dei vecchi, raccontando storie affascinanti. Li rivedo i volti di quegli uomini forti, degli anziani così tranquilli e saggi, ascolto il suono delle loro parole e mi immergo nel profumo della salsedine e della miniera.
La miniera del paese di Rio, della piaggia (quella grande distesa di minerale), era tante miniere, decine di cantieri e di cave a cielo aperto: una incessante attività di estrazione e di trasporto del ferro custodito nei cristalli della pirite e dell’ematite. Un movimento continuo e millenario che ha segnato il nostro territorio, spiagge nere dai cristalli di ematite, strade luccicanti e case dagli intonaci che brillavano al sole. Poi c’era la laveria, quella di Vigneria. A quella sono legato dal ricordo delle faticose e svogliate camminate che facevo per arrivare, in estate, a consegnare il pranzo a mio padre, minatore. Ma poi la ricompensa, un tesoro nascosto nelle officine, nei silos, negli ingranaggi di macchine, allora perfette. Il rumore degli impianti di frammentazione, l’odore del minerale poi sottoposto al lavaggio, e lo spettacolo ammaliante di quella parte che veniva avviata alla caricazione. Ma il ricordo è vivo soprattutto per l’accoglienza dei minatori, forti sono ancora gli odori: aiutano a ricostruire la memoria di quei luoghi che ora non ci sono più, scomparsi sotto i colpi dell’incuria, dell’abbandono, dell’approssimazione e di una colpevole ignoranza.
Le nostre miniere. E’ vero. Forse, non le abbiamo mai amate tanto. Anche coloro che di esse hanno vissuto tutta la vita non le hanno amate. Però, sicuramente avevano un rapporto di rispetto con quelle valli di pietra e di fango. Quel lavoro era così, duro e difficile e spesso, specie negli anni più lontani, faticoso e massacrante. Non ho fatto in tempo a parlare di queste cose col “mi babbo”, mi ha lasciato troppo presto, e sicuramente mi sarebbe stato illuminante ascoltare dalla sua voce, cosa pensava sulla miniera di Rio che “bruciava, bruciava da secoli e ce ne sarebbero voluti altrettanti per spegnerla”. Col “mi nonno” ho avuto anche meno tempo per parlarne, dato che era di quelli che preferivano l’acquavite al prete, e così quell’abitudine di bisboccia presa per dimenticare le ore del faticoso lavoro in cava se l’è portata dietro fino alla fine, lasciando pochissimo tempo alle discussioni un po’ più impegnative.. In quegli anni, l’ultimo decennio prima della definitiva chiusura, si respirava ancora, nei paesi del ferro, oltre alla polvere di pirite e di ematite, quell’aria di comunità sana, che faceva quadrato verso l’esterno, che difendeva i suoi luoghi e le sue cose, di cui anche la miniera faceva parte. Tutti, coloro che ci lavoravano, prima di altri, sapevano che le miniere si sarebbero spente, non dovevano ancora passare migliaia di anni, solo pochi decenni e poi il fuoco acceso dai fabbri etruschi si sarebbe spento. Molti conoscevano il grande valore di quelle terre, ma stentavano a capire come tutto si sarebbe di nuovo trasformato in lavoro.
Quel paese, quei paesi non ci sono più. Non vi sono più gli uomini, le miniere, i minerali, gli attrezzi, il picchio, la mazzetta, la marra, lo zappone, le ferrovie decauville, le locomotive, i vagoni a bilico, le locomotive Orenstein-Koppel; non c’è più niente di tutto questo ma solo, in rare occasioni, qualche banchetto fieristico con minerali elbani, e gli evidenti, ma ad oggi poco produttivi, sforzi delle persone che credono, progettano e lavorano con abnegazione per il parco minerario. Gli impianti, le officine, le macchine non sono stati preservati dal decadimento, dal degrado e dalla scomparsa. Ricordo ancora le parole dell’amico Alberto Riparbelli. “Osserviamo come l’isola d’Elba sia per l’archeologia industriale una campo di studio eccezionale. Quindi è della massima importanza ed urgenza preservare dal degrado e dalla distruzione i superstiti monumenti industriali. Perciò occorre eseguire un censimento completo … così si potrà concretizzare col restauro e il riuso un ampio Museo del Ferro all’aperto che risulterebbe senz’altro il più importante del mondo”.
Abbiamo davvero perso tutte le occasioni, non sarà davvero più possibile invertire una tendenza che porta alla distruzione del nostro territorio e della nostra cultura? E’ domanda, non so ancora quanto attuale, ma che rischia di avere troppe risposte scontate.
Marino Garfagnoli

venerdì 26 novembre 2010

Le acque dell'isola d'Elba

Il tesoro del Polluce.
Riemerge il tesoro di Rubattino Il suo oro è a San Giorgio Uno dei quadri esposti nella mostra "Raffaele Rubattino. Un armatore genovese e l'Unità d’Italia". Un tesoro è un tesoro, e quel blocco incrostato di sabbia, alghe pietrificate e chissà cos’altro, in cui scintillano le monete d’oro non potrebbe rappresentarlo al meglio. Non fu certo un caso che Raffaele Rubattino spese praticamente il suo patrimonio di grande armatore italiano per tentare inutilmente di riportare alla superficie ciò che si trovava nelle stive nel Polluce, il piroscafo affondato nei pressi dell’Elba nell’aprile del 1841.

Se fossero oro e argenti destinati a Mazzini e ad una possibile insurrezione, non si sa. Ma di certo, il mistero ha affascinato per centocinquant’anni non pochi storici e cacciatori di relitti, sino al recupero del piroscafo e di parte del suo carico, pochi anni fa. E siccome il destino gioca sempre l’ultima carta, nel cuore di palazzo San Giorgio, in una sala delle Compere trasformata dall’allestimento in rosso scuro, brillano le monete d’oro e d’argento, i gioielli di un orefice napoletano, le raffinate porcellane di servizio, e persino un watercloset in ceramica decorata, impensabile nelle case del tempo; ma al centro troneggia la polena del Mongibello, la nave che speronò il Polluce.

Il tesoro, esposto per la prima volta, è il cuore della mostra, ma “Raffaele Rubattino. Un armatore genovese e l’Unità d’Italia” è un percorso unico nella storia della marineria italiana moderna e del Risorgimento allo stesso tempo. La mostra aperta al pubblico non è infatti solo l’omaggio all’armatore che credette in un’altra Itali, mettendo a disposizione i vapori sia per la spedizione di Sapri che per la partenza dei Mille (commovente il biglietto autografo di un Garibaldi vicino alla morte che ringrazia Rubattino «per il ricordo della preziosa amicizia tanto caro al mio cuore»,) ma anche alla modernità delle intuizioni.

«Sono molte le analogie con l’oggi, perché Rubattino è stato il primo a mettere in gioco un intero nuovo naviglio, quando Genova non voleva abbandonare i velieri, ma anche a sostenere i traffici con l’Africa» sottolinea Luigi Merlo, presidente dell’Autorità, ricordando che è, dopo cinquant’anni, la prima mostra organizzata a San Giorgio. Con la piena collaborazione del Museo del Risorgimento e della Soprintendenza per i beni Archeologici della Toscana.