Spunti, riflessioni, proposte, stimoli, consigli, notizie, per visitare l'isola d'Elba. Un vero viaggio alla sua scoperta o una breve vacanza per il suo mare e la sua natura. Un primo contatto o un amore che dura.
mercoledì 13 febbraio 2013
Elba, l'isola e il Parco delle Isole Toscane
Parco Nazionale Arcipelago Toscano: Elba, Giglio, Capraia, Montecristo, Pianosa, Gorgona e
Giannutri circondate da 60.000 ettari di mare che “unisce e divide” al tempo
stesso, sono oggi il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano. In Italia, dopo l'istituzione di alcune riserve,
l'Arcipelago toscano è il primo grande Parco marino. La più estesa area
protetta dei mari europei. Il Parco è
caratterizzato da una grande varietà di habitat, popolati da svariate forme di
vita. La grande diversità biologica dell'Arcipelago è, anche dovuta alla
varietà delle coste e dei fondali: dalle spiagge dell'Elba alle falesie
rocciose della Capraia occidentale, una miriade di specie vegetali ed animali
vivono in ogni anfratto di uno dei più affascinanti ambienti naturali del
Mediterraneo. L'isola d'Elba, la terza isola italiana per estensione (22.350 ettari), con
147 km di coste, dista solo 10 km dalla
costa toscana (porto di imbarco Piombino Marittima), è amministrativamente
suddivisa in otto comuni: Campo nell'Elba, Capoliveri, Marciana, Marciana Marina, Porto Azzurro,
Portoferraio, Rio Marina, Rio nell'Elba. Dai mille metri del massiccio montuoso
del Capanne (la più alta vetta dell’intera provincia di Livorno) alle bianche
spiagge di quarzo: la varietà dei paesaggi è la prima impressione che si
coglie, anche solo durante una breve vacanza balneare. Varietà e diversità che
è facile leggere nella travagliata storia geologica, nel ricco e multiforme
popolamento vegetale, nella cultura e
nelle vicende del territorio. Tante le opportunità di soggiorno e le occasioni di vacanza. Provare per credere!
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L'isola dei Minerali
Proponiamo un intervento di 10 anni fa, in cui ci si preoccupava della progressiva perdità di identità culturale dell'isola. Cosa puntualmente avvenuta.
Come è difficile sopportare ancora questo stato di
insipienza politica, carenza progettuale e amministrativa che contraddistingue
in questo inizio millennio i nostri uomini di governo e gli eventi che si
succedono sulla nostra isola. Due elementi di discussione, due questioni
strategiche per lo sviluppo del nostro territorio. Il ripascimento della
spiaggia di Cavo e il Villaggio Paese di Rio Marina. Mai vicenda risulterà più ingarbugliata,
controversa, lunga e complessa come quella del ripascimento di una spiaggia del
versante orientale, l’unica lunga e sabbiosa del borgo marino di Cavo. O almeno
era lunga e sabbiosa. Eppure tutto cominciò con una semplice scelta,
sicuramente fatta un buona fede, da parte di un’amministrazione comunale di
sinistra. Esisteva sicuramente un problema di erosione del litorale, per cui la
spiaggia negli ultimi anni si era ridotta in maniera considerevole, quasi non
esisteva più. Divenne quindi indispensabile l’intervento dell’amministrazione
comunale. Purtroppo si scelse il progetto sbagliato. Enormemente sbagliato.
Oggi ci troviamo di fronte ad una nuova proposta di intervento, il cui iter è
già stato definito e concluso. Ma da più parti emergono perplessità e critiche. Il
tessuto economico cavese è stato messo in ginocchio dalla prima scellerata azione sulla spiaggia ed ora le aspettative
sono molte, e l’attesa per vedere le cose migliorare deve finire. Purtroppo il rischio è che il rimedio possa essere
peggiore del male. La sinistra ha commesso un errore madornale nel voler perseguire
un intervento senza avere adeguate progettazioni e tecnici adatti. Ora una
nuova coalizione guida il comune che comprensibilmente vuol dare una risposta
concreta alle aspettative della gente di Cavo; la Provincia è governata ancora
dalla Sinistra che proprio in questo momento deve avere il coraggio di guardare
nel merito del progetto che si vuol iniziare, capire se i tecnici hanno seguito
le giuste indicazioni, cambiare, se è necessario cambiare, modificare e
migliorare. Basta con la superficialità e l’improvvisazione. Vi erano due
ipotesi per risolvere il problema del ripascimento sbagliato e delle sue
conseguenze. La prima; un intervento veloce, dove approfittando si mette mano
anche all’allargamento della strada lungomare, con creazione di una passeggiata,
magari con una pista ciclabile, servizi, parcheggi e quanto serve alle
necessità e alle richieste della fruizione turistica balneare. La seconda; un
vero e proprio progetto di risanamento ambientale secondo i canoni
dell’ingegneria naturalistica. Questo sarebbe più impegnativo e lungo. Inutile
dire che la scelta è stata per la prima via. Ovviamente non ci troviamo più
nella Cavo degli anni 50, dove la spiaggia conserva ancora il sistema dunale,
gli interventi hanno irrimediabilmente compresso l’equilibrio ambientale e ci
troviamo di fronte ad un litorale artificiale. Considerato che la spiaggia è un sistema dinamico
che obbedisce ancora alle dinamiche naturali sarebbe stata una bella sfida,
capire, compatibilmente con le condizioni attuali, se fosse stato possibile
intervenire con un progetto di risanamento ambientale.Ma ci troviamo di fronte a questo tipo di
progettazione, a decisioni della magistratura e a relazioni tecniche ufficiali
già acquisite e non è consigliabile rinviare ancora l’intervento. Il buon senso
suggerisce di evitare contrapposizioni ideologiche, migliorare, dove possibile
il progetto, anche con cambiamenti sostanziali e iniziare prima possibile i
lavori per ridare a Cavo una spiaggia ed un lungomare degni di questo nome.
Altrettanto complessa e lunga la vicenda del
villaggio paese. Chissà chi avrà trovato questo nome assurdo, improponibile
come l’intervento che si vuol realizzare nel vecchio luogo della ex laveria
pirite. Certo come afferma il consigliere comunale Lucia Fasola, discutere di
questo significa fare un bilancio di quello che quest’entità virtuale, cioè il
Parco Minerario, ha realizzato in questi anni. La risposta è fin troppo facile.
Poco, pochissimo, niente in confronto alle potenzialità del patrimonio delle ex
miniere. Incredibilmente la sinistra
locale ha continuato in questi 20 anni a sostenere e supportare un progetto
assurdo e devastante, un ulteriore intervento che distruggerà ambiente,
territorio, storia e cultura della terra di Rio. E non risolverà, anzi aggraverà,
i problemi economici del versante e del capoluogo. Incredibilmente la sinistra
ha continuato a supportare il Parco Minerario nei progetti sbagliati e negli
uomini inadeguati in relazione alle scelte e alle sfide che i tempi imponevano
e impongono. E’ necessario cambiare uomini e invertire di 360° rotta. Sul
villaggio paese e sul parco minerario. Rio e la sua terra, sono oggi una specie
di riserva indiana, diversa dal resto dell’isola e continueranno ad esserlo se
si persevererà nelle scelte sbagliate. Se si continueranno a distruggere le
spiagge anziché recuperarle, se si continueranno a costruire assurdi mega
complessi turistici giustificabili solo in una logica speculativa nuda e cruda
che mal si sposa all’isola e a quello che un Parco Nazionale con un patrimonio
geologico e mineralogico (uno dei 9 siti di importanza mondiale secondo la
Lista delle emergenze geologiche dell’Unesco) unico al mondo può esprimere. Sulla collina delle vecchia laveria pirite –diciamo
noi Verdi nell’ultimo comunicato- oggi insistono manufatti arrugginiti, ma
aggiungo io che non erano arrugginiti qualche anno fa e che qualcuno ha
colpevolmente ridotto in tale stato ed
stato responsabile e complice del depauperamento di quell’enorme patrimonio
storico e culturale come chi si è svenduto e venduto per pezzo per pezzo i
reperti della miniera, dalle locomotive, agli attrezzi, ai minerali. Su quella collina vogliono vomitare circa
45.000 mc di cemento. Eppure averla vista quando funzionava, anche per chi
aveva un’anima ambientalista e poco tecnologica, la Bisarca era incredibilmente
affascinante. Una gigantesca macchina che viveva e respirava come in una visone
futuristica di Marinetti, o in un quadro o una scultura di Boccioni. Avevo
sperato intensamente che si potesse conservare, che potessi io stesso tornare a
visitarla quando volevo in futuro, quasi a renderle omaggio per quello che
aveva fatto in tutti quegli anni insieme a quegli uomini incredibili che la
nutrivano con il loro grasso, le loro cure, la loro assistenza. Perché come in
un incendio senza fine, funzionava, funzionava sempre, non si spegneva mai. E
questa non è una visone poetica della realtà, o un interpretazione incline ad
una bucolicità perduta. Su quella collina c’era davvero una piccola città
industriale e c’erano davvero degli uomini che vivano con lei dedicandole, come
si dice, lacrime e sangue, gioie e dolori. Tante volte ho percorso quella
strada che dalla fine del paese conduce alla Bisarca, sotto il solo cocente
dell’estate, per portare il convio spesso lasciato a casa al genitore minatore
e servo della grande miniera; una strada interminabile, così sembrava a quel
bambino, che mi portava da quegli uomini giganteschi e muscolosi, sempre pronti
ad un complimento, sempre curiosi e inclini al divertimento. Era la loro vita,
e lì alla Bisarca avevano pian piano costruito il loro presidio, il
dispensario, la cucina, i bagni, l’officina, gli spogliatoi. E poi l’immensa
ragnatela di nastri, in una onirica visione escheriana, che si rincorrevano
trasportando negli immensi capannoni in ogni direzione il prezioso ferro che
finiva sull’ultimo nastro della caricazione e da qui nelle stive dei Brick
(erano dodici navi dal Primo al Dodicesimo) che facevano la spola tra l’isola
di “inestausi metalli” e i poli siderurgici del continente. Ritornano quei
momenti passando vicino alle miniere, quando ti penetra nel naso l’odore forte
dello zolfo ed ecco l’epifania che ti fa vedere i volti, i gesti, e ti fa
riascoltare quelle voci che accarezzavano la mente e il cuore. E così forse su
quella collina non sentiremo più quell’odore, ma la fragranza degli olii
abbronzanti, l’odore della gioia virtuale di vivere del turismo e delle
vacanze, incarnata nella falsa realtà degli stereotipi della società dei
consumi. Chi farà accadere tutto ciò sarà responsabile oggettivamente e
moralmente della distruzione dei valori storici, culturali, sociali, delle
emergenze architettoniche e del patrimonio archeominerario. E sarà responsabile
della definitiva distruzione delle potenzialità culturali, scientifiche,
ambientali ed economiche che il comprensorio riese ancora possiede. Spesso i
verdi hanno preso posizione su questo comprensorio, forse le nostre posizioni
sono state poco lette o valutate. Non ci immaginiamo, come afferma qualcuno,
magari non indigeno, una riserva indiana popolata di indigeni di interesse
etnologico. Ci immaginiamo uno sviluppo qualitativo. Non ci immaginiamo
un’espansione tentacolare di strutture ricettive, di residence o di cose molto
brutte come i misteriosi villaggi paese. Ci immaginiamo solo un paese, con una
grande tradizione culturale e storica che recupera il proprio patrimonio
culturale, urbano e urbanistico che lo migliora e, in questo caso sì, lo
espande anche (gli alberghi servono in paese). Una paese che recupera la sua
tradizione marinara con un porto turistico dotato di servizi e infrastrutture.
Ci immaginiamo un paese con un grande
museo mineralogico e con il parco delle miniere fatto di emergenze
architettoniche, di vecchi impianti recuperati ad una moderna fruizione
didattica e magari con la collina della Bisarca ancora a raccontare le storie
dei minatori.
Agosto 2005 Marino
Garfagnoli. Verdi Arcipelago Toscano
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Speciale Isola d’Elba per le vacanze 2013
Un’isola, l’Elba, immersa nell’atmosfera mediterranea,
dimensione a misura d’uomo, non troppo piccola, ma per conoscerla a fondo è
necessaria qualche settimana. Infatti per dimensioni è la terza isola italiana,
conta circa 30.000 abitanti di cui più di 11.000 a Portoferraio, affascinante
cittadina rinascimentale con le suo fortificazioni, volute da Cosimo I de’
Medici che si stagliano sul mare. Con un’ora di navigazione si raggiunge questa
oasi mediterranea imbarcandosi da Piombino (circa 80 km a sud di Livorno). Tante possibilità di visita e tante occasioni di vacanza; spiagge in sabbia
assolate lungo le coste meridionali, scogliere di granito con suggestive
piscine naturali a nord, candide scogliere con trasparenze straordinarie sul
mare. Borghi medievali di collina immersi nell’atmosfera di un orgoglioso
passato e animate marine, antiche miniere del ferro coltivate dagli etruschi,
ville romane e fortezze rinascimentali. L’entroterra ricco di storia e di
natura con la sua montagna che sale fino a 1000 metri sul mare. Preziosi
endemismi botanici che si lasciano ammirare durante la primavera e l’estate,
escursioni alla scoperta degli scorci panoramici più suggestivi. Tradizioni
alimentari che impreziosiscono la cucina insulare, da assaporare nei locali
autentici che ogni paese offre. Fermarsi a riposare e a camminare, a fare sport
sul mare e nell’entroterra, un occasione unica offerta dalla molteplici
possibilità di soggiorno:
Tante opportunità da cogliere al volo, grazie anche alla promozione speciale sulle tariffe del traghetto: 50% di sconto!!!
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Calata Italia 26
Parco Nazionale Arcipelago Toscano - Portoferraio - Isola d’Elba
Tel. 0565 944374
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Isola d'Elba, vacanze 2013
Isola d’Elba : colori,
profumi, atmosfera e natura mediterranea.
Un’isola
insolita, varia e affascinante, rientra nel novero delle piccole isole del
Mediterraneo, ma per dimensioni è la terza isola italiana, dopo Sicilia e
Sardegna. Tante occasioni per un viaggio nella natura e nella storia. Villaggi
d’altura etruschi, torri medievali, chiese romaniche, fortezze rinascimentali,
ville imperiali, e la straordinaria storia naturale: le miniere del ferro, la
multiforme vegetazione mediterranea, le assolate spiagge meridionali. I paesi
di collina che raccontano la tradizione e la cultura, le animate e frequentate
marine. Poi le escursioni nell’entroterra, trekking, vela, windsurf,
snorkeling… oppure solo spiaggia, relax e ombrellone. L’imbarazzo della scelta
per le tante occasioni di vacanza, insieme alle diverse possibilità per il
soggiorno, un casale rustico, un agriturismo sul mare, oppure?
Casale Poggio di Sole;
spettacolare vista mare, a soli 300 metri dalla spiaggia, circondato da olivi e
ampi spazi verdi.
La Casina; in
posizione esclusiva direttamente sulla spiaggia, con grande giardino e
comodissimi spazi esterni.
Casa degli Olivi.
Uno scorcio autentico della sapiente atmosfera contadina, una bella villa
suddivisa in due comodi locali.
Casa Limonaia; in
agriturismo a soli 50 metri dalla spiaggia, mare, sole e campagna con tutte le
comodità per vivere intensamente la vacanza.
Bed&Breakfast Capo
Pero. Nel cuore del comprensorio delle antiche miniere a pochi passi dal
mare, vacanza esclusiva a stretto contatto con la natura.
Agriturismo Mazzi:
complesso di appartamenti in posizione panoramica sulla valle di Lacona e la
sua splendida spiaggia in sabbia.
Casa Marietta:
comodi trilocali a 350 metri dalla spiaggia di Marina di Campo ed a pochi passi
dal centro, dotato di tutti i servizi per una vacanza all'insegna del relax e
del divertimento.
Casa Patrizia:
comodo ed accogliente appartamento, a pochi passi dalla più grande spiaggia
dell'Elba, con tutti i servizi a portata di mano.
Le Ginestre: in
posizione ottimale per raggiungere la spiaggia ed il centro a piedi, offre un
soggiorno accogliente e si trova in una delle località turistiche maggiormente
frequentate dell'isola.
Agriturismo Amandolo:
immerso nella natura e circondato dalla mediterranea e fiorente vegetazione di
Cavo, con splendida vista mare, ed opportunità di degustazione dei prodotti
tipici elbani
Info line 0565
944374
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martedì 12 febbraio 2013
Isola d’Elba : colori, profumi, atmosfera e natura mediterranea
Isola d’Elba : colori, profumi, atmosfera e natura mediterranea.
Elbanet.biz il portale per le vostre vacanze all’isola
d’Elba, con la sua nuova veste, presenta online numerose proposte per un
soggiorno nell’isola maggiore dell’arcipelago toscano; tanti consigli,
suggerimenti, indicazioni per una vacanza a stretto contatto con la natura
mediterranea dell’isola, in appartamento, agriturismo, ville, residence.
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Casa degli Olivi. Uno scorcio
autentico della sapiente atmosfera contadina, una bella villa suddivisa in due
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Casa Limonaia; in agriturismo a
soli 50 metri dalla spiaggia, mare, sole e campagna con tutte le comodità per
vivere intensamente la vacanza.
Bed&Breakfast Capo Pero. Nel
cuore del comprensorio delle antiche miniere a pochi passi dal mare, vacanza
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Agriturismo Mazzi Sauro:
complesso di appartamenti in posizione panoramica sulla valle di Lacona e la
sua splendida spiaggia in sabbia.
Casa Marietta: comodi trilocali a
350 metri dalla spiaggia di Marina di Campo ed a pochi passi dal centro, dotato
di tutti i servizi per una vacanza all'insegna del relax e del divertimento.
Casa Patrizia: comodo ed
accogliente appartamento, a pochi passi dalla più grande spiaggia dell'Elba,
con tutti i servizi a portata di mano.
Le Ginestre: in posizione
ottimale per raggiungere la spiaggia ed il centro a piedi, offre un soggiorno
accogliente e si trova in una delle località turistiche maggiormente
frequentate dell'isola.
Agriturismo Amandolo: immerso
nella natura e circondato dalla mediterranea e fiorente vegetazione di Cavo,
con splendida vista mare, ed opportunità di degustazione dei prodotti tipici
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sabato 28 gennaio 2012
Occasioni di vacanza all'isola d'Elba
In arrivo la primavera, speriamo! Un'occasione per conoscere la natura e il paesaggio dell'isola d'Elba. Tante possibilità: escursioni trekking e passeggiate nei piccoli borghi, il profumo del mare e le fioriture della vegetazione mediterranea. Da non perdere i sapori della cucina locale, la fragranza e il gusto dei suoi vini. Tante occasioni di vacanza in appartamenti e case per vacanza.
venerdì 28 gennaio 2011
L'oriente elbano
L'oriente dell'isola d'Elba. Quei paesi, ad oriente, sprofondati nei colori forti della terra, segnati dalla frenetica e millenaria attività industriale: dai primi cercatori di metalli ai moderni collezionisti di pezzi rari; quei paesi ora sono lì immobili e pensierosi a chiedersi come sarà il loro futuro. Troppe occasioni sprecate, sapienze antiche e saggezza popolare sono state sopraffatte da quel tarlo che ha perforato menti e coscienze, dell’espansione, dello sviluppo, del denaro.
Quei paesi ora sono sconfitti, aspettano altre occasioni, ma ormai hanno assistito al triste spettacolo della dimenticanza. Una grande tradizione di solidarietà, di sostegno reciproco e di fratellanza, dalle società di mutuo soccorso di tradizione cattolica alle organizzazioni sindacali di matrice socialista. Ma sono passate anche queste, con il loro ricordo. Sono dimenticati anche i consigli e gli insegnamenti dei vecchi minatori, degli anziani e rugosi pescatori, degli abbronzati capitani di tutti i mari.
Ho avuto la fortuna di viverlo e di assaporarlo, giusto in tempo prima che scomparisse, quell’antico mondo di lavoro, di amicizia e di amore. Ho sentito il respiro del mare la sera, delle barche al mattino che solcavano le acque, della piazzette che parlavano con la voce dei vecchi, raccontando storie affascinanti. Li rivedo i volti di quegli uomini forti, degli anziani così tranquilli e saggi, ascolto il suono delle loro parole e mi immergo nel profumo della salsedine e della miniera.
La miniera del paese di Rio, della piaggia (quella grande distesa di minerale), era tante miniere, decine di cantieri e di cave a cielo aperto: una incessante attività di estrazione e di trasporto del ferro custodito nei cristalli della pirite e dell’ematite. Un movimento continuo e millenario che ha segnato il nostro territorio, spiagge nere dai cristalli di ematite, strade luccicanti e case dagli intonaci che brillavano al sole. Poi c’era la laveria, quella di Vigneria. A quella sono legato dal ricordo delle faticose e svogliate camminate che facevo per arrivare, in estate, a consegnare il pranzo a mio padre, minatore. Ma poi la ricompensa, un tesoro nascosto nelle officine, nei silos, negli ingranaggi di macchine, allora perfette. Il rumore degli impianti di frammentazione, l’odore del minerale poi sottoposto al lavaggio, e lo spettacolo ammaliante di quella parte che veniva avviata alla caricazione. Ma il ricordo è vivo soprattutto per l’accoglienza dei minatori, forti sono ancora gli odori: aiutano a ricostruire la memoria di quei luoghi che ora non ci sono più, scomparsi sotto i colpi dell’incuria, dell’abbandono, dell’approssimazione e di una colpevole ignoranza.
Le nostre miniere. E’ vero. Forse, non le abbiamo mai amate tanto. Anche coloro che di esse hanno vissuto tutta la vita non le hanno amate. Però, sicuramente avevano un rapporto di rispetto con quelle valli di pietra e di fango. Quel lavoro era così, duro e difficile e spesso, specie negli anni più lontani, faticoso e massacrante. Non ho fatto in tempo a parlare di queste cose col “mi babbo”, mi ha lasciato troppo presto, e sicuramente mi sarebbe stato illuminante ascoltare dalla sua voce, cosa pensava sulla miniera di Rio che “bruciava, bruciava da secoli e ce ne sarebbero voluti altrettanti per spegnerla”. Col “mi nonno” ho avuto anche meno tempo per parlarne, dato che era di quelli che preferivano l’acquavite al prete, e così quell’abitudine di bisboccia presa per dimenticare le ore del faticoso lavoro in cava se l’è portata dietro fino alla fine, lasciando pochissimo tempo alle discussioni un po’ più impegnative.. In quegli anni, l’ultimo decennio prima della definitiva chiusura, si respirava ancora, nei paesi del ferro, oltre alla polvere di pirite e di ematite, quell’aria di comunità sana, che faceva quadrato verso l’esterno, che difendeva i suoi luoghi e le sue cose, di cui anche la miniera faceva parte. Tutti, coloro che ci lavoravano, prima di altri, sapevano che le miniere si sarebbero spente, non dovevano ancora passare migliaia di anni, solo pochi decenni e poi il fuoco acceso dai fabbri etruschi si sarebbe spento. Molti conoscevano il grande valore di quelle terre, ma stentavano a capire come tutto si sarebbe di nuovo trasformato in lavoro.
Quel paese, quei paesi non ci sono più. Non vi sono più gli uomini, le miniere, i minerali, gli attrezzi, il picchio, la mazzetta, la marra, lo zappone, le ferrovie decauville, le locomotive, i vagoni a bilico, le locomotive Orenstein-Koppel; non c’è più niente di tutto questo ma solo, in rare occasioni, qualche banchetto fieristico con minerali elbani, e gli evidenti, ma ad oggi poco produttivi, sforzi delle persone che credono, progettano e lavorano con abnegazione per il parco minerario. Gli impianti, le officine, le macchine non sono stati preservati dal decadimento, dal degrado e dalla scomparsa. Ricordo ancora le parole dell’amico Alberto Riparbelli. “Osserviamo come l’isola d’Elba sia per l’archeologia industriale una campo di studio eccezionale. Quindi è della massima importanza ed urgenza preservare dal degrado e dalla distruzione i superstiti monumenti industriali. Perciò occorre eseguire un censimento completo … così si potrà concretizzare col restauro e il riuso un ampio Museo del Ferro all’aperto che risulterebbe senz’altro il più importante del mondo”.
Abbiamo davvero perso tutte le occasioni, non sarà davvero più possibile invertire una tendenza che porta alla distruzione del nostro territorio e della nostra cultura? E’ domanda, non so ancora quanto attuale, ma che rischia di avere troppe risposte scontate.
Marino Garfagnoli
Quei paesi ora sono sconfitti, aspettano altre occasioni, ma ormai hanno assistito al triste spettacolo della dimenticanza. Una grande tradizione di solidarietà, di sostegno reciproco e di fratellanza, dalle società di mutuo soccorso di tradizione cattolica alle organizzazioni sindacali di matrice socialista. Ma sono passate anche queste, con il loro ricordo. Sono dimenticati anche i consigli e gli insegnamenti dei vecchi minatori, degli anziani e rugosi pescatori, degli abbronzati capitani di tutti i mari.
Ho avuto la fortuna di viverlo e di assaporarlo, giusto in tempo prima che scomparisse, quell’antico mondo di lavoro, di amicizia e di amore. Ho sentito il respiro del mare la sera, delle barche al mattino che solcavano le acque, della piazzette che parlavano con la voce dei vecchi, raccontando storie affascinanti. Li rivedo i volti di quegli uomini forti, degli anziani così tranquilli e saggi, ascolto il suono delle loro parole e mi immergo nel profumo della salsedine e della miniera.
La miniera del paese di Rio, della piaggia (quella grande distesa di minerale), era tante miniere, decine di cantieri e di cave a cielo aperto: una incessante attività di estrazione e di trasporto del ferro custodito nei cristalli della pirite e dell’ematite. Un movimento continuo e millenario che ha segnato il nostro territorio, spiagge nere dai cristalli di ematite, strade luccicanti e case dagli intonaci che brillavano al sole. Poi c’era la laveria, quella di Vigneria. A quella sono legato dal ricordo delle faticose e svogliate camminate che facevo per arrivare, in estate, a consegnare il pranzo a mio padre, minatore. Ma poi la ricompensa, un tesoro nascosto nelle officine, nei silos, negli ingranaggi di macchine, allora perfette. Il rumore degli impianti di frammentazione, l’odore del minerale poi sottoposto al lavaggio, e lo spettacolo ammaliante di quella parte che veniva avviata alla caricazione. Ma il ricordo è vivo soprattutto per l’accoglienza dei minatori, forti sono ancora gli odori: aiutano a ricostruire la memoria di quei luoghi che ora non ci sono più, scomparsi sotto i colpi dell’incuria, dell’abbandono, dell’approssimazione e di una colpevole ignoranza.
Le nostre miniere. E’ vero. Forse, non le abbiamo mai amate tanto. Anche coloro che di esse hanno vissuto tutta la vita non le hanno amate. Però, sicuramente avevano un rapporto di rispetto con quelle valli di pietra e di fango. Quel lavoro era così, duro e difficile e spesso, specie negli anni più lontani, faticoso e massacrante. Non ho fatto in tempo a parlare di queste cose col “mi babbo”, mi ha lasciato troppo presto, e sicuramente mi sarebbe stato illuminante ascoltare dalla sua voce, cosa pensava sulla miniera di Rio che “bruciava, bruciava da secoli e ce ne sarebbero voluti altrettanti per spegnerla”. Col “mi nonno” ho avuto anche meno tempo per parlarne, dato che era di quelli che preferivano l’acquavite al prete, e così quell’abitudine di bisboccia presa per dimenticare le ore del faticoso lavoro in cava se l’è portata dietro fino alla fine, lasciando pochissimo tempo alle discussioni un po’ più impegnative.. In quegli anni, l’ultimo decennio prima della definitiva chiusura, si respirava ancora, nei paesi del ferro, oltre alla polvere di pirite e di ematite, quell’aria di comunità sana, che faceva quadrato verso l’esterno, che difendeva i suoi luoghi e le sue cose, di cui anche la miniera faceva parte. Tutti, coloro che ci lavoravano, prima di altri, sapevano che le miniere si sarebbero spente, non dovevano ancora passare migliaia di anni, solo pochi decenni e poi il fuoco acceso dai fabbri etruschi si sarebbe spento. Molti conoscevano il grande valore di quelle terre, ma stentavano a capire come tutto si sarebbe di nuovo trasformato in lavoro.
Quel paese, quei paesi non ci sono più. Non vi sono più gli uomini, le miniere, i minerali, gli attrezzi, il picchio, la mazzetta, la marra, lo zappone, le ferrovie decauville, le locomotive, i vagoni a bilico, le locomotive Orenstein-Koppel; non c’è più niente di tutto questo ma solo, in rare occasioni, qualche banchetto fieristico con minerali elbani, e gli evidenti, ma ad oggi poco produttivi, sforzi delle persone che credono, progettano e lavorano con abnegazione per il parco minerario. Gli impianti, le officine, le macchine non sono stati preservati dal decadimento, dal degrado e dalla scomparsa. Ricordo ancora le parole dell’amico Alberto Riparbelli. “Osserviamo come l’isola d’Elba sia per l’archeologia industriale una campo di studio eccezionale. Quindi è della massima importanza ed urgenza preservare dal degrado e dalla distruzione i superstiti monumenti industriali. Perciò occorre eseguire un censimento completo … così si potrà concretizzare col restauro e il riuso un ampio Museo del Ferro all’aperto che risulterebbe senz’altro il più importante del mondo”.
Abbiamo davvero perso tutte le occasioni, non sarà davvero più possibile invertire una tendenza che porta alla distruzione del nostro territorio e della nostra cultura? E’ domanda, non so ancora quanto attuale, ma che rischia di avere troppe risposte scontate.
Marino Garfagnoli
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